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Omicidio Sgueglia, assolto Savarese

Pubblicato da SdG su 15 Maggio 2009


Articolo copiato dal quotidiano Il Giornale di Napoli del 15/05/2009
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di Silvia Miller In primo grado era stato condannato all’ergastolo quale esecutore materiale e mandante dell’omicidio di Luigi Sgueglia. Ieri con un incredibile colpo di scena Salvatore Savarese è stato assolto in Appello. Le stesse prove che erano state ritenute schiaccianti per la sua colpevolezza, hanno spinto i giudici di secondo grado ad assolverlo. Ad incastrarlo erano stati sei collaboratori di giustizia, tra cui i cugini Giuseppe Misso e Michelangelo Mazza. Ma le loro dichiarazioni sono state ritenute inattendibili dai giudici a tal punto da non poter essere utilizzate come prove di colpevolezza. Un successo senza precedenti, se si considera la caratura criminale del personaggio, a cui restano da scontare solo un paio di anni per un’altra condanna per 416bis. Soddisfatti gli avvocati di Savarese, Sergio Cola e Andrea Imperato, che fin dall’inizio avevano giudicato infondata, dal punto di vista del diritto, la tesi accusatoria. Ricostruiamo i fatti che hanno portato all’assoluzione dell’ultimo padrino del clan Misso. Le prime dichiarazioni furono quelle di Giuseppe Misso: «Luigi Sgueglia fu ammazzato il 4 agosto del 1996 da un commando di killer composto da Salvatore Savarese e dal nipote che porta lo stesso nome. Loro sono gli assassini». Misso fornì anche il movente («si decise di ucciderlo come vendetta e in risposta all’omicidio di Giuseppe Savarese, il fratello di Salvatore») e gli esecutori («a prendere l’iniziativa furono i fratelli Michelangelo e Antonio Mazza»). Alle dichiarazioni di Misso si sono aggiunte quelle di altri cinque pentiti: Emiliano Zapata Misso, Michelangelo Mazza, Vincenzo Toscano, Francesco Caputo e Salvatore Conte. Ma nel corso del processo sono spesso caduti in contraddizione, fornendo talvolta dichiarazioni completamente contrastanti. Oltre ai collaboratori di giustizia, c’era un altro elemento che incastrava Savarese. Si trattava di un cellulare trovato sul luogo del delitto, avvenuto il 4 agosto del 1996 al rione Sanità. Quel telefonino fu ritenuto di proprietà di Savarese. Quale prova migliore, quindi, per dimostrare la sua colpevolezza? Invece, gli avvocati Cola ed Imperato hanno smontato anche questa. Non c’erano elementi, ha sostenuto la difesa, per stabilire con «certezza assoluta» che quel cellulare appartanesse a Savarese. L’analisi dei tabulati telefonici aveva accertato che c’erano state chiamate in entrata ed in uscita ai familiari del boss, tra cui la figlia e la moglie. Ma non poteva essere questa una prova sufficiente per dimostrarne l’appartanenza. La tesi della difesa non ha retto in primo grado. Il 26 novembre del 2007 i giudici della seconda Corte di Assise lo hanno infatti condannato all’ergastolo quale mandante ed esecutore materiale. Una sentenza che lasciava pochi margini di possibilità in sede di Appello. Invece, ieri c’è stato un colpo di scena. I giudici della seconda Corte di Assise di Appello lo hanno assolto per insufficienza di prove: i pentiti sono inattendibili e manca la prova certa della colpevolezza di Savarese.

Ucciso 12 anni fa dai Misso durante la sanguinosa faida
Faceva caldo quell’otto agosto di dodici anni fa al rione Sanità quando due sicari in sella ad una moto fecero fuoco contro il pluripregiudicato Luigi Sgueglia, 27 anni, ritenuto uno dei “killer” del clan Tolomelli-Vastarella-Guida. Sgueglia si trovava poco prima dell’una in via Villari, una strada del popoloso rione Sanità, quando fu affiancato da una “Fiat uno” con a bordo i sicari che esplosero contro quattro colpi con una pistola calibro 7,65. Due proiettili lo raggiunsero alla testa ed al torace. Il pregiudicato morì sul colpo.
I sicari abbandonarono poco distante la “Fiat uno”. Dopo averle dato fuoco fuggirono con la vespa di Sgueglia. Accanto al corpo del pregiudicato la polizia trovò una pistola calibro 38 che probabilmente Sgueglia aveva estratto nel tentativo di reagire, ma senza averne il tempo. Considerato uno dei più pericolosi killer del clan Tolomelli-Vastarelli-Guida, opposto a quello dei Misso-Pirozzi, Luigi Sgueglia aveva precedenti penali per associazione per delinquere si stampo camorristico, traffico di stupefacenti e detenzione di armi. Il 23 gennaio dello stesso anno era sfuggito ad un altro agguato. Da tempo era nel mirino dei clan rivali. Si trovava insieme ad altri due affiliati al clan Tolomelli-Vastarella-Guida, Pasquale della Corte e Nunzio Arenella. Fu intercettato nei pressi del ponte della Sanità da sicari rivali. Uno di essi gli puntò alla tempia una mitraglietta M12 che al momento di fare fuoco si inceppò. Nelle vicinanze stavano passando tre agenti della sezione catturandi della squadra mobile che, resisi conto dell’accaduto, si lanciarono all’inseguimento. Ad accompagnare il sicario – probabilmente un uomo del clan Misso-Pirozzi – era stata una giovane donna, Maria Grazia Pellecchia, alla guida di una “vespa”, che fu arrestata. Nel rione Sanità, dove affluirono pattuglie dei falchi e dei nibbio della squadra mobile cominciò una caccia all’uomo alla ricerca del sicario che si rifugiò in un antico palazzo, roccaforte del clan Misso-Pirozzi, da cui riuscì a fare perdere le proprie tracce.

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